Lo spazio per sé

Leggere, pensare, giocare, fermarsi: chi l’ha detto che coltivare la propria testa e le proprie mani sia tempo perso?

Virginia Woolf sosteneva che per pensare servissero una stanza tutta per sé e un po’ di tempo (e un’agiata condizione materiale). Sappiamo che la sua disamina si rivolgeva al poco spazio concesso alle donne ma forzando la mano l’idea si può allargare: dedicarsi uno spazio personale (lo scrolling non vale), coltivare interessi inutili secondo il mercato ma vitali per l’intelligenza (unica regola: usare mani o testa, o entrambi), viene ancora confuso con una fuga dal mondo. Prove empiriche di vita vera dimostrano tuttavia che queste apparenti fughe ci rendono meno nervosi, meno prevedibili e, dettaglio non trascurabile, più sopportabili (e anche più inclini a sopportare gli altri). Non male.

Chi frequenta i propri pensieri con costanza infligge meno frustrazioni a familiari, colleghi e passanti; porta al lavoro idee invece che lamentele; offre alla collettività dubbi composti e non pseudo-verità urlate. Non era esattamente ciò che intendeva Woolf, ma parafrasandola si può dire che, per quanto sia ancora un privilegio, migliorare se stessi non è narcisismo: è manutenzione ordinaria, per il bene personale e collettivo.

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