Nella sala della musica di una famiglia milanese
In via V.M. le case non si affittano e non si acquistano, semplicemente si ereditano. I portoni dei palazzi di via V.M. sono monumentali, gli androni severi e imponenti, i cancelli in ferro battuto realizzati da veri artisti dell’incudine e del martello e gli ottoni lucidati energicamente splendono come se fossero d’oro massiccio.
Inutile cercare i nomi degli illustri inquilini sulle pulsantiere dei citofoni, troverete solo sigle criptate come quelle dei conti delle banche svizzere.
Dicono che al civico cinquantaquattro abbia abitato a lungo il più illustre residente di via V. M. che si celava dietro le iniziali A.A. che, del resto, lo rendevano riconoscibilissimo: Alberto Arbasino, dandy e maestro di understatement alla milanese.
I portieri sono gli angeli custodi di queste “ca’ de sciuri”, case signorili per i “fuori sede”. All’alba dicono che la via V.M. si popoli di domestici che conducono gli adorati cagnolini delle padrone di casa alle loro passeggiate igieniche sfoggiando graziosi completini di ottimo taglio.
Inutile dire che l’asfalto dei marciapiedi è il più pulito e splendente di tutta la città. Ovviamente gli interni corrispondono agli esterni. Nel salone, che è sempre ampio, trovano posto un pianoforte a mezza coda, un divano e due poltrone di famiglia, una libreria su cui sono allineati molti dei volumi colore pastello della palette Adelphi. Pianoforte, violino, violoncello sono destinati agli esercizi delle tre ragazze di famiglia.
Avrete gia’ capito che in V.M. le case non si arredano ma i mobili si tramandano con poche eccezioni dovute all’inevitabile usura del tempo.
Per esempio, il divano Ritz e le poltrone Heléna di Cargo oltre alla libreria Alphabetica si inseriscono perfettamente in un contesto classico come quello di V.M.
